La “Narrazione” di Andrea Bambi sulla casa dipinta a Porta Romana di Firenze

Piazza della Calza a Firenze è lo slargo che precede porta Romana e prende il nome dalla presenza tra 1531 e 1668 del convento dei frati Gesuati, detti della Calza dalla caratteristica forma del loro cappuccio.
Dirimpetto all’ex convento la casa che guarda porta Romana e divide le vie Romana e dei Serragli, presentava qualche secolo fa il prospetto arricchito da un affresco di Giovanni da San Giovanni (Mannozzi, 1592-1636) commissionato nel 1616 dal granduca Cosimo II, e elogiato dai contemporanei.

Rappresentava una Allegoria della città di Firenze che, seduta fra Pisa e Siena, riceveva gli omaggi di Flora. “La guida della città del 1850 – si scrive in Architetture civili – Casa dell’Allegoria di Firenze – indica il lavoro come ’superbo’, aggiungendo tuttavia che ‘le intemperie lo hanno quasi totalmente distrutto’ (già nel 1838 risultava assai ‘assai danneggiato’). [...] In data imprecisata (comunque presumibilmente tra il 1950 e il 1953) ciò che restava del dipinto fu staccato e dovrebbe attualmente trovarsi in uno dei depositi della Soprintendenza.
La documentazione sull’affresco è comunque ampia e comprende sia alcuni disegni e studi preparatori dello stesso Giovanni da San Giovanni (si vedano pubblicati dai Thiem nel 1964) sia il frontespizio scelto dallo Zocchi per la sua serie di incisioni sulla Firenze Settecentesca, che appunto lo riproduce e che non poco ha contribuito alla sua fama.
In sintesi, come abbiamo accennato, l’affresco presentava Firenze, seduta in trono con l’abito dell’Ordine di Santo Stefano, con ai lati le città di Pisa e di Siena. Flora (la figura meglio conservata secondo le testimonianze del novecento) e le quattro stagioni apparivano nell’atto di fare omaggio dei loro frutti alla città, mentre l’Arno era raffigurato nella tradizionale figura virile distesa e appoggiata a un orcio dal quale sgorgava l’acqua. Marte, Minerva, Mercurio e Apollo erano rappresentati festosi, mentre in alto, fra la figura della Vigilanza e quella della Giustizia, trionfava lo stemma mediceo”.

Alla Biblioteca Nazionale di Firenze, in un codice formato da più fogli sciolti di diverse mani che ha come autore-proprietario Andrea Bambi e intitolato Varie notizie di chiese fiorentine comunicate al padre Giuseppe Richa (ne abbiamo già scritto), si trova una descrizione dell’ Allegoria suddetta. Questo il testo:

“Narrazione della pittura fatta Giovanni da S. Giovanni nella facciata della casa che è in faccia alla Porta a S. Pier Gattolini dipinta a fresco.
Il gran duca Cosimo II avendo formato gran concetto di Giovanni da S. Giovanni, volle ch’egli esequisse un suo nobile pensiero, che fu di dipingere a fresco la facciata della casa, che per entro la città fa termine alle case fra le due vie dirimpetto alla Porta a S. Piero in Gattolino, o vogliamo dire Porta Romana.
A quest’opera s’applicò Giovanni con gran premura facendo apparire in essa una sua bella idea, rappresentando dal destro lato di una finestra, che è nel mezzo la figura di Marte, di Pallade e di Mercurio, in bella attitudine, e le Grazie che al suon della lira d’Apollo stanno leggiadramente danzando; e dal sinistro, la città di Firenze in figura d’una maestosa regina sedente in trono, vestita d’abito della sacra religione di S. Stefano papa e martire, alla quale seggono a destra e sinistra due vaghe femmine, ammantate pure alla reale, che rappresentano quella a destra, la città di Siena, e quella a sinistra, la città di Pisa; alle quali tutte accorrono in atto reverente a Flora, colle quattro stagioni dell’anno, ciascheduna provvista di sue delizie per fargliene offerta, mentre vari amoretti, e principalmente che uno maschio e l’altra femmina, scherzando nell’aria applaudiscano a quella azzione.
Sopra all’architrave della finestra posa leggiadramente, quasi giacente, il Fiume d’Arno, figurato in un vecchio nudo, disegnato maravigliosamente, sopra di cui si vede l’arme della casa serenissima de’ Medici in mezzo a due vaghe femmine del tutto e vagamente vestite, che una rappresenta una vergine vestale, con la face accesa in mano, significante la Vigilanza, e l’altra che è colla spada alla mano, va figurando la Giustizia. Sotto quest’opera in certi sodi figurò a chiaro scuro giallo quattro trofei alludenti all’Arti liberali, alla Militare, all’Agricoltura ed alla Sovranità.
E non è da tacersi che Giovanni prima di far questa pittura, nel modo che detto abbiamo, avevala dipinta con diversa invenzione: e già avendola esposta alla vista d’ognuno, avevane riportata gran lode: quando rimesso su i ponti, e di nuovo serratosi attorno a quel muro mandò a terra tutto il fatto, mentre il popolo ne gridava a testa; ma egli rispondeva: «Se ella piace a voi, ella non piace a me»; e col scoprire che fece poi della nuova pittura diede a conoscere quanto diverso sia il giudizio dell’occhio di perito maestro da quello del popolo che, per lo più senza razziocinio intorno a i precetti dell’arte vol giudicare; co’ ciò fusse cosa che egli la condusse di tanto gusto, che non solo ella eccede in bontà il primo lavoro, me ne guadagnò maggiori applausi della patria sua, e d’ogni valoroso artefice straniero [***] per quella porta della nostra città [***], | tanto che presto volò la fama del suo pennello anche a’ più lontani; e gran peccato, per così dire, fu del tempo e di chi poi quella casa abitò, l’averla sì malamente conservata, o per meglio dire, in tanti modi e luoghi maltrattata e guasta”.

Il Bambi prosegue nella pagina con un breve ricordo su una chiesa sulla via Senese:

“Altre notizie della chiesa di S. Gaggio.
Intagliò Gherardo Silvani per casa Casini a S. Gaggio due depositi ed i ritratti e puttini che vi si veggono; e non pur questi, ma eziandio la sagrestia di quella chiesa furon sue architetture”.

Dell’affresco dell’ Allegoria Giovanni Battista Foggini fece un disegno oggi conservato agli Uffizi, Gabinetto Disegni e Stampe. Dapprima fu interpretato erroneamente in un Principe Mediceo incoronato da Apollo e poi letto come l’ Allegoria della Gloria della Toscana (sic) con la figura giacente dell’Arno e il leone, simbolo di Firenze. È stato datato negli ultimi anni del’ 600 e forse i primi del secolo successivo (v. il Catalogo Generale dei Beni Culturali, alla voce).

L’allegoria, cioè il concetto astratto legato alle figure riprodotte da Giovanni da San Giovanni, fu di chiaro significato all’epoca e al tempo del Bambi. Ma, ridotto l’affresco in cattive condizioni e volendo le autorità di Firenze della seconda metà del secolo XX esprimere concetti più ‘moderni’, da legare al turismo e alla celebrazione delle personalità caratteristico del secolo scorso, fecero rifare la pittura che è quella che vediamo oggi sulla facciata di via Romana 102.
Sull’iniziativa scrivono ancora Architetture civili e, con parole diverse ma con lo stesso significato, anche Wikipedia e alcuni siti internet. Dalla prima fonte riportiamo:

“Nel 1953 fu bandito un concorso, fortemente voluto dall’allora sindaco Piero Bargellini, per sistemare agli ingressi della città opere d’arte che dimostrassero le antiche tradizioni di ospitalità di Firenze.
Il pittore Mario Romoli, vincitore per la via Senese, dipinse così qui La vita di Firenze nei secoli (realizzata negli ultimi mesi del 1954 e inaugurata il 16 gennaio 1955), che intendeva sintetizzare la cultura artistica cittadina nel corso del tempo: a destra sono raffigurati, secondo l’iconografia più diffusa che li rende sufficientemente riconoscibili, personaggi del medioevo e del rinascimento (da Dante a Giotto e Masaccio, da Leonardo a Michelangelo), a sinistra sono invece i protagonisti della Firenze del novecento, contemporanei e amici di Mario Romoli.
Oltre all’autoritratto di quest’ultimo appaiono nel gruppo Quinto Martini, Luigi Campedelli, Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Ottone Rosai, Italo Gamberini, Primo Conti; in primo piano, intento al suo lavoro, è un muratore, simbolo di tutti i lavoratori che contribuirono a ricostruire Firenze dopo le distruzioni della guerra. [...].
Tra i due gruppi, al di sopra di una piccola finestra, sono raffigurati San Giovanni Battista e la Madonna con le iniziali IHS.
In un angolo, in una fessura del muro, fu al tempo collocato un barattolo con articoli di giornale e foto, come messaggio dell’artista ai fiorentini del futuro”.

Paola Ircani Menichini, 13 marzo 2026. Tutti i diritti riservati.




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